domenica 15 giugno 2008

Cartoons on the Bay 2008: Menzione speciale a "A Bicycle Trip"














A Bicycle Trip, cortometraggio degli studenti della scuola d'animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia Sede del Piemonte, ha ricevuto una menzione speciale alla XII edizione di Cartoons on the Bay di Salerno.

La Giuria Internazionale dei Pulcinella Awards 2008 composta da Patricia Hidalgo, direttore esecutivo della programmazione Walt Disney TV Italia; Giovanna Milano, consulente gestionale, Francia-Italia; Barry Purves, artista e regista inglese; Claudia Sasso; responsabile della programmazione ragazzi di Rai Due e dallo sceneggiatore statunitense Eric Shaw, ha assegnato la menzione speciale per la regia a A Bicycle Trip, ideato e realizzato in animazione 3D, compositing e live action da Lorenzo Veracini, Nandini Nambiar e Marco Avoletta come saggio di diploma. Il film racconta la scoperta degli effetti dell'LSD da parte del celebre chimico dottor Albert Hofmann, seguendo il tragitto fisico ed emotivo del protagonista nella percezione alterata dall'acido, dalle strade della tranquilla città di Basilea sino ad un ricordo d'infanzia, con una punta di umorismo.

Il premio Pitch me! Italia, per il miglior progetto italiano in animazione - dedicato alla memoria di Pierluigi De Mas - è invece stato attribuito a Roots di Pietro Cicciotti e Harald Pizzinini (Mbanga Studio, Roma) che si sono diplomati nel 2005 al Dipartimento Animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia, Sede del Piemonte.
La Giuria composta dall'autore e regista Bruno Bozzetto, Annita Romanelli di Rai Fiction e Sergi Reitg di Imira Entertainment, ha assegnato il premio al progetto Roots "per la capacità di veicolare il tema del rispetto dell'ambiente in una sintesi non convenzionale ed estremamente efficace.

Istituito nel 2001 con il supporto della Regione Piemonte, il Dipartimento Animazione del Centro Sperimentale di Cinematografia, con sede a Chieri (Torino), propone un corso triennale di specializzazione per formare artisti e professionisti qualificati per la partecipazione a tutte le fasi creative, progettuali e realizzative delle produzioni d'animazione. La Scuola d'animazione del CSC è un campus in cui attualmente vivono, studiano, progettano, animano e producono - sotto la guida dei migliori professionisti del settore – 48 allievi provenienti da tutta Italia e dall'estero. Nei suoi sette anni di vita il Dipartimento ha formato giovani artisti e tecnici, realizzando numerosi progetti in simulazione di committenza e 17 cortometraggi come saggi di diploma, già selezionati e premiati a diversi Festival internazionali. Il percorso formativo si sviluppa secondo due linee: animazione classica e animazione 3d/effetti visivi. Ampio spazio è dato a sperimentazione e ricerca artistica.

L'ammissione al corso di animazione è su concorso. I posti disponibili sono 16.
La scadenza per la presentazione delle domande di partecipazione è fissata all'11 luglio 2008.
Il Bando di Concorso per il corso di Animazione 2009-2011, presso la Sede del Piemonte del CSC, è scaricabile dal sito web: http://www.csc-cinematografia.it/animazione/index.htm

sabato 15 dicembre 2007

Le promesse di Cronenberg


Il cinema di Cronenberg continua a sconcertarmi, non c'è che dire. Rimango sempre ammirato e sorpreso di come ogni volta questo autore riesca a trovare una sintesi spiazzante tra la forma "raggelata" che tanto predilige e la capacità di maneggiare testi di più largo consumo. Dopo un capolavoro come A History of Violence ecco un altro film di grande raffinatezza cinematografica: la metamorfosi ormai è entrata dentro la carne, e non ha più bisogno di uscire allo scoperto. Eastern Promises è un esercizio di stile e concettuale forse ancora più ardito del precedente, perché lavora più in superficie di quanto faceva l'altro. So che può sembrare una contraddizione, ma questa mi è sembrata la sua forza intrinseca.

Adriano

mercoledì 5 dicembre 2007

CCCP: Cinema Contro Cercasi Perfavore


Qualche giorno fa ho rivisto con un misto di piacere e nostalgia Clerks II. Pensavo al capolavoro d'esordio di Kevin Smith, e alla distanza tra questi due film. Nel primo, datato 1994, venivano abbattute alcune barriere, con una verve ed un umorismo che hanno lasciato un segno pressochè indelebile nel cinema. Si tratta di tredici anni fa, e ancora non si parlava di sesso con la meravigliosa irriverenza con cui lo facevano Dante e Randal. Oggi, probabilmente, siamo oltre, e le conversazioni disinvolte sulla figura professionale del tergisperma e sulla pratica dello snowballing non fanno più lo stesso effetto. Ne sia la riprova che nel secondo episodio il dialogo sulla 'lingua in culo' (ovvero il cosiddetto 'ass to mouth' o ATM, altra pratica da filologi dell'hard core banalmente fraintesa o censurata dal doppiaggio italiano) decisamente non fa lo stesso effetto, e anzi suona leggermente ridondante, per non dire stancante. Mi sembra un dato accertato che parlare di sesso in questa maniera non è più un indice di quella 'political uncorrectness' che molti autori e registi vanamente inseguono. E forse è anche sbagliato, o fuori bersaglio, parlare di scorrettezza, che alla fine tende ad essere un vezzo e come tale dopo un po' diventa manieristico. Forse si dovrebbe parlare dell'intenzione -da perseguire con la maggiore lucidità possibile- di individuare dei tabù sociali, centrarli ed abbatterli, se non altro all'interno di un discorso artistico il più possibile coerente, anche stilisticamente.

In tal caso, in Clerks II la vera portavoce di questo obiettivo mi appariva la stupenda Rosario Dawson, nel momento in cui parla dell'ingenuità di chi crede nell'amore romantico e nella monogamia. Ecco, quello è un vero tabù, a mio parere. L'amore romantico, come ideale propugnato da immemorabile tempo in difesa e a corroboramento della monogamia (postulato cardine della nostra stessa struttura sociale) è uno dei totem più inossidabili della nostra cultura, e mentre seguivo i dialoghi tra Dante e Becky mi compiacevo di vedere di nuovo Smith all'opera, che lavorava ai fianchi il concetto stesso di famiglia come molecola della nostra struttura civile. E pensavo: cavolo, Kevin, sei ancora in forma, tutto sommato.
Ma poi le carte si scoprono presto: Becky è in realtà incinta di Dante (ops... spero che lo abbiate già visto) e le rode da morire perchè lui sta per sposare un altra. Nella scena finale vediamo i due -lei col pancione- in un atteggiamento informalmente -ma indiscutibilmente- da coppia, e il finale vero e proprio non lascia dubbi: è un finale tipicamente da 'happily everafter', da vissero felici e contenti. E ho pensato: Kevin? ma allora...!? quoque tu??

Okay, Smith è ormai un'artista in declino, forse ha deposto il testimone di autore contro. E allora mi domando, e domando a VOI, sventurati lettori di questo blog: un povero 'cinefilo contro' dove si deve indirizzare adesso per trovare del cinema che abbia davvero il fegato di osare, e schizzare acido su quello che di più caro e sacro e inviolabile c'è, appurato che le zozzerie sul sesso in ogni sua variante ormai hanno la stessa carica eversiva di un film su Babbo Natale (altro mito purtroppo inspiegabilmente intoccabile, vedasi le mie note su Fred Claus)? quali sono i film davvero scorretti nell'anno del Signore 2007? datemi qualche titolo, datemi qualche autore, chè magari mi sono perso qualcosa di veramente interessante mentre mi rivedevo per la sedicesima volta ognuno dei film della saga degli zombi di Romero...

emanuele

sabato 24 novembre 2007

Pseudoarcheologia del brivido


L'altro giorno sono andato a vedere il Nascondiglio di Avati, devo dire non senza una certa commozione. Non capita tutti i giorni di poter vedere in pellicola un lavoro di gioventù di un grande maestro del cinema italiano; perdipiù un film sconosciuto ripescato dalle sabbie del passato in chissà quale rocambolesco modo e circostanza, un film di cui nessuno sospettava l'esistenza, e forse nemmeno lo stesso Pupi ne aveva ancora memoria. Io sono cresciuto a pane e Zeder, potete immaginarvi dunque l'emozione, un moto dell'anima che, sotto una pellicola di brivido ed euforia conteneva -ebbene sì- un germe di genuino affetto e tenerezza, come mi si palesava mentre vedevo quelle immagini vecchie di decenni illuminarsi sul telo.
Guardavo il film e mi rendevo conto che sì, in quell'opera ovviamente ancora acerba -per non dire acre- chi aveva la giusta sensibilità poteva senz'altro intuire temi e stili che poi il grande Pupi avrebbe saputo far decantare e distillare. Sono già in costruzione nel poderoso cantiere filmico che è la mente del nostro, le idee alla base del cosiddetto 'gotico padano' che prenderà vera vita con la Casa dalle finestre che ridono: nel Nascondiglio siamo ancora ad una fase immatura, sperimentale; Avati sente di stare cercando qualcosa di nuovo, sente questi nuovi colori che vogliono uscirgli dalle vene, ma non ha ancora lucidità e coraggio per l'intuizione che verrà, e cioè ambientare l'orrore in un contesto precipuamente italiano, anzi, regionale. Così ricalca mode e tendenze più timidamente mainstream e colloca il tutto nell' Iowa, USA, forse sperando nella benevolenza di numi tutelari di quelle latitudini.
Il soggetto stesso, inoltre, è una stilla di inquietudine, più che di paura vera e propria, niente più. Quella stilla, solitaria e senza alcuna strutturazione, diventa il cuore pulsante della vicenda, e tutto il resto dell'apparato narrativo è solo un morbido bozzolo di bambagia per incubare e coccolare quell'unica idea, quell'unico, timido brivido. Ma chi sa, chi conosce, e chi ha il senso del cinema di Avati, vede quel brivido implume e in qualche modo sente che germoglierà, che saprà prendere coraggio e vigore e, insediatosi in Emilia, trasformarsi in una vera progenie di incubi. Allora gli si perdona qualunque ingenuità, come la noncuranza per la gestione dei personaggi, due dei quali, una volta compiuto il loro dovere di 'incubare' la protagonista -che, allora sconosciuta, diventerà un volto via via sempre più noto del cinema italiano- vengono letteralmente tagliati via dal montaggio (o dalla sceneggiatura? chissà se esiste ancora o se è andata persa, pergamena marcita in qualche scaffale in qualche villa antica...), senza un saluto, senza una nota nemmeno in quella didasacalia finale, appena prima dei titoli, che è un ennesimo segno dei tempi giovani e immaturi di un cineasta che sta crescendo: e che di lì a poco se ne fregherà di cercare di convincere il suo pubblico che quello che sta vedendo sullo schermo 'potrebbe anche essere stato vero'.
Andate a vedere il Nascondiglio: andate a vedere coi vostri occhi come un autore si evolve da un passato in cui non gli avreste dato due lire, e finisce col diventare il regista del mio film horror italiano preferito (che no, caro Piero, per me non è Profondo Rosso...).
emanuele

venerdì 23 novembre 2007

ll sindacato dei poliziotti Yiddish

Grazie per tutti i consigli sulle letture, cercherò di leggere il più possibile i libri che mi avete segnalato. Ricambio il favore con l'appena pubblicato Il sindacato dei poliziotti Yiddish di Michael Chabon, un hard-boiled con venature di umorismo davvero irresistibile.

Adriano

lunedì 5 novembre 2007

A proposito dell’ingiusta stroncatura di La terza madre

Mi chiedo: che senso ha stroncare il meraviglioso urlo anarchico di Dario Argento, La terza madre, partendo dalle considerazioni sulla sceneggiatura e sulla recitazione degli attori? Quando mai il cinema di Argento si è interessato, in modo tradizionale, a questi elementi? In tutta la sua filmografia, a partire dagli esordi, ricorrono straordinarie voragini negli script, più radicali derive di senso che approdi conformistici verso il senso compiuto (e imposto). È anche questo che rende il (suo) cinema una magnifica ossessione: l’irrisolto, la mancanza, la deviazione (oltre che la devianza). Per il regista che ha scardinato i codici di un genere (che sempre, per la sua essenza politica e metalinguistica, non fa altro che rimettersi continuamente in discussione), che ha fondato nuovi regimi del vedere, ha sempre contato prima di tutto lo sguardo più che la narrazione; allo stesso modo ha sempre considerato gli attori non come portatori di senso attraverso l’arte della recitazione ma come veri e propri oggetti scopici, corpi-feticci donati generosamente al voyeurismo del regista e dello spettatore. Sempre, ed è virtù ormai rarissima nel cinema italiano, con onestà e limpidezza, totalmente alieno da qualsiasi furbizia, connivenza e (auto)compiacimento. Con divertimento. Con gioia e rivoluzione, citando gli Area. Tutto questo Argento lo ripropone nel suo ultimo capolavoro, La terza madre. Altro che il tempo si è fermato. Il tempo (della critica) forse è morto. Argento è vivo, più che mai.


Alessandro Gambino

domenica 4 novembre 2007

Non toccatemi Queen Cate!!!

Adoperiamo questo blog per uno dei motivi principali per cui è nato, e cioè promuovere il dibattitto (anche interno) su quanto pubblicato sul sito. La questione riguarda la recensione/stroncatura del grande Michele Alessandrelli di Elizabeth: the golden age: a prescindere dalla sua critica mossa alla pellicola - che non condivido del tutto ma accetto senza riserve - non posso però passargli il villipendio della grande ed istrionica interpretazione della Blanchett. E' vero che il film non è per palati fini e lavora molto sulla grana grossa, e così la sua protaoginsta, ma il carisma e la presenza di Cate sono inarrivabili. O Alessandrelli, che hai deciso di fare il raffinato in un contesto filmico che richiede la sciabola invece del fioretto?
Se non l'hai visto in originale, te lo consiglio caldamente. Io non ho visto la versione doppiata, ma sono pronto a scommettere che ci perde e di parecchio.
Attendo risposta, il guanto della sfida è lanciato.
Il tuo amato redattore romanista,
Adriano

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